L’Amore (e la cucina) al tempo dei Borbone Il 12 febbraio all’Archivio Storico si svolgerà il secondo capitolo di “Esperienze Borboniche”






I Borbone delle Due Sicilie, la dinastia che ha governato il Meridione d’Italia per quasi un secolo e mezzo e che ha reso Napoli capitale della cultura europea, si è distinta non solo per le importanti opere realizzate nel Sud d’Italia, ma anche per la singolarità dei rapporti di coppia dei regnanti che si sono succeduti al trono.

bar archivio storico
L’Archivio Storico, locale di via Scarlatti (zona Vomero) che dal 2013 caratterizza le serate dei napoletani abbinando ad ottimi vini e cocktail iniziative culturali ed eventi di spessore, non è più soltanto un premium bar, ma è a tutti gli effetti un ristorante: nelle sue nuove cucine vengono preparati piatti raffinati recuperati dai ricettari dell’epoca dei Borbone - scritti dai Monzù (così un tempo venivano definiti i grandi cuochi provenienti da Parigi per rendere gourmet la cucina popolare partenopea) - e che oggi vengono preparati – e reinterpretati - da una brigata d’eccezione.

Il secondo capitolo di “Esperienze Borboniche” - la kermesse di eventi incentrati sulla cultura borbonica, e sul cibo e le bevande di cui i reali andavano ghiotti – si svolgerà martedì 12 febbraio (ore 21) presso il ristorante e premium bar “Archivio Storico” di Napoli (ubicato in via Scarlatti, 30 – zona Vomero). Essendo questo appuntamento a ridosso del San Valentino, la tematica che lo animerà sarà “L’Amore al tempo dei Borbone”: Gennaro De Crescenzo, Presidente dell’Associazione Culturale Neoborbonica, e Salvatore Lanza, segretario generale, parleranno delle coppie più belle del Regno, delle loro passioni, dei piatti di cui re e regine andavano ghiotti...

Per l’occasione lo chef stellato Pasquale Palamaro preparerà per tutti gli ospiti una golosa lasagna (di cui andava ghiotto re Francesco II, detto appunto “Re Lasagna”) e la mozzarella in carrozza (uno dei piatti preferiti della Regina Maria Sofia). A questi piatti saranno abbinati due eccellenti vini del territorio (entrambi delle Cantine Federiciane): rispettivamente un Gragnano Penisola Sorrentina DOC e un Flegreo Cuvée Metropolitano, uno spumante prodotto da viti a piede franco su terreni di origine vulcanica nel cuore dei Campi Flegrei (abbinamenti a cura dell’AIS Napoli). Il percorso di degustazione terminerà con un inconsueto trancio di pizza dolce a cui sarà abbinato un cocktail preparato dal bar manager dell'Archivio Storico, Salvatore D'Anna: la “Birra”, un after dinner che ha l’aspetto di una birra appena spillata (un fizz a base di gin, un liquore speziato e una soda aromatizzata).

Pasquale Palamaro

Il dolce non è più solo un fine pasto, ma è un modo per iniziare con positività il nuovo giorno, un energetico intermezzo di una mattinata o di un pomeriggio di lavoro, o un piacevole epilogo di giornata. Perciò Luca Iannuzzi, patron dell’Archivio Storico, famoso premium bar napoletano che da poco è divenuto anche ristorante con menù incentrato esclusivamente sulla cucina borbonica, ha pensato di rendere alcuni dolci della tradizione napoletana - ovvero pastiera e babà – accessibili a tutti e in qualsiasi momento della giornata.

pizza dolce

L’arte pasticcera è una scienza esatta, fatta di ingredienti insostituibili e accuratamente ponderati, di equilibrio tra sapori, ma soprattutto di un’accurata manualità e tecnica. Così i singoli ingredienti si trasformano in un artistico dolce attraverso procedimenti che, leggermente modificati, oggi consentono di far arrivare la pastiera e il babà in qualsiasi parte del mondo, e – addirittura - interessare chi riceve una di queste leccornie al processo creativo delle stesse in quanto coinvolto nella loro guarnizione finale… Perché è importante valorizzare chi consuma il dolce prima ancora di chi lo fa! Il dolce rappresenta da sempre un momento di festa, solo un buon dessert può regalare attimi di estasi al cervello di chi lo mangia, e se quest’ultimo è coinvolto anche nella fase di assemblaggio del dolce, il piacere dura più a lungo e coinvolge tutti i sensi: l’olfatto che viene maggiormente sollecitato grazie all’utilizzo delle salse che serviranno a guarnire il dolce (già presenti nella confezione che viene consegnata al consumatore); l’udito, il tatto e la vista che vengono chiamati in causa nel momento in cui il consumatore apre la confezione in cui è contenuto il dessert; ed – ovviamente - il gusto, che sarà soggetto a sensazioni ampliate dall’intervento degli altri quattro sensi

Pastiera con salsa al mandarino Sebbene la ricchezza degli ingredienti e la complessità dei sapori sembrano richiamare lo stile della cucina di corte, sembra che la ricetta della pastiera affondi le sue radici nel mito pagano di epoca romana o forse addirittura greca della sirena Partenope, che aveva scelto di dimorare nel Golfo di Napoli da cui si spandeva la sua voce melodiosa e dolcissima. Per ringraziarla si celebrava un misterioso culto durante il quale la popolazione portava alla sirena sette doni: la farina, simbolo di ricchezza; la ricotta, simbolo di abbondanza; le uova, che richiamano la fertilità; il grano cotto nel latte, a simboleggiare la fusione di regno animale e vegetale; i fiori d’arancio (o di altri agrumi, visto che la diffusione delle arance in quell’epoca era molto limitato in Europa), profumo della terra campana; le spezie, omaggio di tutti i popoli; e lo zucchero, per celebrare la dolcezza del canto della sirena. Partenope gradì tali doni e li mescolò creando questo dolce molto apprezzato. Un’altra teoria fa discendere l’origine della ricetta al tempo delle celebrazioni per il ritorno della primavera, quando le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l’uovo, simbolo della vita nascente, poi diventato “rinascita” e Resurrezione con il cristianesimo. Il grano o il farro, misto alla morbida crema di ricotta, potrebbe derivare invece dal pane di farro delle nozze romane, dette per questo “confarreatio”. Un’altra ipotesi fa invece risalire la pastiera alle focacce rituali dell’epoca di Costantino, derivati dall’offerta di latte e miele che i catecumeni ricevevano durante il battesimo nella notte di Pasqua.

Il Lazzarone: babà classico con crema alla vaniglia, bourbon e amarena Le origini di questo dolce simbolo di Napoli sono legate a un dessert originario della Polonia (“babka ponczowa”). La leggenda narra infatti che questo delizioso dolce sia stato inventato per caso dallo zar polacco Stanislao Lesczynski agli inizi del XVIII secolo. Si racconta che il sovrano non gradisse particolarmente il kugelhupf, un dolce tipico polacco che egli trovava troppo asciutto. Stanco che gli venisse servito come dessert, lo prese e lo scagliò dall’altra parte della tavola, proprio dove si trovava una bottiglia di rhum. Così facendo, il liquore finì per inzuppare il dolce, inebriando la stanza con un profumo così intenso che lo zar volle assaggiarlo, innamorandosene. Lo zar lo chiamò “Alì Babà” in onore di uno dei personaggi di “Le mille e una notte”, opera che lui adorava leggere. Quando lo zar fu detronizzato, fu esiliato in Francia grazie alla sua parentela con Luigi XV. Qui il dolce da lui tanto amato fu rivisitato grazie alla maestria dei pasticceri parigini, nasce così il “babà”. Il famoso dessert a forma di fungo arrivò a Napoli per merito dei “monsù”, i cuochi francesi al servizio delle nobili famiglie partenopee. I pasticceri napoletani trasformarono il suo nome in “babbà”.















Share Button
FOLLOW @ A0B MAGAZINE
NEED SOME FASHION INSPIRATION IN YOUR LIFE? FOLLOW @ A0B MAGAZINE