La pittura del Cinquecento “al femminile”





di Riccardo Bramante

Quando si parla della pittura “al femminile” del Cinquecento italiano il primo nome (e spesso l’unico) che viene alla memoria è quello di Artemisia Gentileschi. Fama bel meritata quella della Gentileschi, che però mette nell’ombra due altre pittrici altrettanto valide e addirittura precedenti a lei di alcune decine di anni: Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola.

Quando si parla della pittura “al femminile” del Cinquecento italiano il primo nome (e spesso l’unico) che viene alla memoria è quello di Artemisia Gentileschi. Fama bel meritata quella della Gentileschi, che però mette nell’ombra due altre pittrici altrettanto valide e addirittura precedenti a lei di alcune decine di anni: Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola.

La prima nacque a Bologna nel 1552 in una famiglia il cui padre, Prospero, era già un affermato pittore che le dette la possibilità di conoscere fin da piccola un mondo di intellettuali ed artisti tra cui il Carracci, anche se, come era consuetudine a quel tempo, le era vietato uscire di casa per frequentare ambienti artistici estranei, tanto che quando si sposò nel 1577 con il mediocre pittore imolese Gian Carlo Zappi fu posta nel contratto di matrimonio la condizione che potesse continuare a dipingere, condizione che lo Zappi accettò smettendo addirittura di dipingere per divenire un semplice assistente della moglie. Lavinia, peraltro, lo ricambiò conducendo una vita in cui riuscì a conciliare il suo lavoro artistico con i doveri famigliari pur avendo avuto ben 11 figli.

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Inizialmente Lavinia si distinse per i numerosi ritratti a carattere manieristico commissionatigli dalle facoltose famiglie di Bologna ma successivamente si dedicò anche ad opere a soggetto mitologico, biblico e sacro tanto da essere chiamata la “Pontificia pittrice” per le tante commissioni che le dette il Papa Gregorio XIII soprattutto quando si trasferì a Roma agli inizi del 1600. Fu lei, perciò, la prima donna a ricevere incarichi per opere sacre e profane tra cui la nota “Pala di Santa Maria Assunta di Ponte Santo” per il Governatorato della sua città. Ma nello stesso tempo era molto ricercata dalle ricche signore di Bologna che volevano essere da lei ritratte per la grande somiglianza e la ricerca del dettaglio di pizzi, gioielli e vesti che sapeva infondere nei suoi quadri. Nel 1577 fece anche un suo “Autoritratto alla spinetta con la fantesca” in cui si riprende in un interno che richiama la pittura fiamminga in un abito rosso e camicia con colletto di pizzo. Un suo secondo “Autoritratto nello studio” è un olio su rame e si trova attualmente agli Uffizi. Lavinia Fontana morì a Roma nel 1614 ed è sepolta nella Chiesa di Santa Maria Sopra Minerva.

Ben diverso il percorso artistico di Sofonisba Anguissola che nasce a Cremona nel 1532 da una nobile famiglia e che fin da piccola dimostrò particolari doti nella pittura tanto da spingere il padre a farla studiare presso la scuola del pittore lombardo Bernardino Campi da cui trasse grandi insegnamenti che le valsero anche le lodi di Michelangelo secondo quanto scrive il Vasari nelle sue “Vite” e di cui ci rimane un suo lavoro intitolato “Bernardino Campi ritrae Sofonisba”, dove dipinge “al naturale” precorrendo così lo stesso Caravaggio.

Nel 1559 Sofonisba si recò in Spagna presso la corte di Filippo II divenendo dama di compagnia della regina Elisabetta di Valois nonché ritrattista ufficiale della famiglia reale per la quale fece due ritratti del Re e della Regina ora al Prado.

Donna bellissima ed elegante ottenne un grande successo tra gli uomini di corte fino a sposare, nel 1573, il nobile siciliano Fabrizio Moncada con cui si trasferì in Sicilia dove eseguì diversi lavori tra cui il più noto è la “Madonna dell’Itria” fatta per il Monastero delle Benedettine di Maria SS. Annunziata a Paternò. Morto il marito nel 1578, vittima dei pirati saraceni, sposa in seconde nozze il giovane capitano genovese Orazio Lomellini e si trasferisce a Pisa continuando peraltro a lavorare soprattutto a ritratti dove introduce vari elementi di novità e “tanto ben fatti che pare che spirano e siano vivissimi”, come scrive il Vasari; ne è un esempio il famoso dipinto “Partita a scacchi”, ora conservato nel Museo di Poznan in Polonia, in cui ritrae tre sue sorelle con la fantesca con una minuzia descrittiva estremamente accentuata tale da ricomporre la personalità dei soggetti raffigurati secondo l’approccio tipico della ritrattistica cinquecentesca. Tornata con il marito a Palermo qui muore ormai ultranovantenne e quasi cieca nel 1625 non senza aver prima ricevuto un ultimo apprezzamento dal pittore fiammingo Anton van Dick che le era succeduto come ritrattista alla corte di Spagna e che era andato a visitarla pochi giorni prima della sua morte. A buon motivo, pertanto, anche il Museo del Prado ha voluto omaggiare queste due pittrici in occasione del bicentenario della sua fondazione facendone le protagoniste, insieme al Beato Angelico, della specifica mostra dedicata al Rinascimento italiano.

Articolo di Riccardo Bramante











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